Aprile 1431, la Querina salpa da Candia alla volta delle Fiandre. Non le raggiungerà mai: una tempesta travolge la nave veneziana all’imbocco della Manica, cambiandone rotta e destini. I pochi superstiti toccheranno terra, il 5 Gennaio dell’anno successivo, sull’isolotto di Sandøya, nell’arcipelago delle Lofoten. Soccorsi dagli abitanti di Røst, i naufraghi trascorrono qui alcuni mesi prima di cominciare il viaggio che li porterà a Trondheim, Vadstena, e infine Londra, sulla via del ritorno a Venezia. In patria, il capitano Pietro Querini e i due ufficiali di bordo Nicolò De Michiele e Cristofalo Fioravante lasciano narrazione scritta della loro esperienza. Il resoconto di Querini, autografo, in veneziano del quattrocento, è conservato nel Ms. Vat. Lat. 5256, fol. 42-55 presso la Biblioteca Apostolica Vaticana di Roma. De Michiele e Fioravanti si affidano invece entrambi al letterato fiorentino Antonio di Corrado de Cardini: il testo, redatto con maggiori influssi del toscano, è conservato presso la Biblioteca Nazionale Marciana di Venezia, Ms. VII, 368 (7936). La testimonianza raccolta in questi due codices unici, di cui manca ad oggi una edizione critica, ebbe però diffusione e fortuna soprattutto in una rielaborazione successiva: Ramusio includerà infatti entrambi i resoconti nel quarto tomo del secondo volume di Delle Navigationi et viaggi, dato alle stampe nel 1559. La versione ramusiana cinquecentesca è nuova incarnazione dei testi originali, resi in toscano del tempo e non di rado emendati e modificati con una certa libertà, secondo il modus operandi tipico dell’umanista trevigiano. Principalmente in questa forma le vicende del naufragio della Querina sono state a lungo tramandate, in Italia, e all’estero in traduzione. L’ultima edizione in norvegese, del 2004, si basa ancora sulla fonte secondaria ramusiana. La prima edizione italiana che propone un testo adattato basandosi sui manoscritti originali risale solo al 2007. Questi resoconti di viaggio sono importanti fonti per la storia antica della Scandinavia, nonché tasselli rilevanti per comprendere lo sviluppo di contatti che hanno lasciato un segno ad oggi indelebile nella cultura del Veneto, e in quella norvegese. La loro storia testuale, tra manoscritti, edizioni, traduzioni e rielaborazioni, si presenta a sua volta oltremodo interessante: ben si può prestare a mirati studi volti a mappare le tappe di questo percorso, colmandone eventuali lacune e offrendo riflessioni e supporti validi, sia per la ricerca che per la didattica, in ambito linguistico-storico, dialettologico e filologico-letterario
Pisa (Italien): Pisa University Press, 2017. p. 321-332